Fratture: sintomi, cura, cause, terapia, diagnosi e prevenzione

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La frattura è una soluzione di continuità in un osso, determinata dall`applicazione di un carico meccanico superiore alla resistenza strutturale dell`osso stesso. La malattia che consegue alla frattura ha durata, caratteristiche e gravità diverse a seconda della sede e dell`importanza dell`osso leso.

Caratteristiche delle fratture

Un osso strutturalmente sano può andare incontro ad una frattura perché il carico ad esso applicato è troppo elevato, oppure perché viene applicato secondo una direzione non fisiologica, oppure ancora perchè viene applicato in maniera troppo violenta ed improvvisa. In questo caso si parla di frattura traumatica, ed è sempre evidente una causa violenta alla base del processo patologico: un colpo, una caduta, uno schiacciamento.

Vi sono alcuni casi in cui la frattura di un osso si determina in seguito a traumi di entità assolutamente insufficiente a rompere un osso dalla struttura normale, talora anche in seguito ad un semplice movimento. In anamnesi in questi casi non si trova un evento traumatico capace di spiegare la frattura; è allora fortemente probabile che l’osso fosse già in precedenza minato da una malattia. Ulteriori indagini stimolate proprio dalla comparsa inopinata della frattura portano di solito alla scoperta della natura della malattia che ha minato la solidità dell’osso; può trattarsi dell’osteoporosi in una persona anziana, di una delle varie malattie demineralizzanti collegate con disfunzioni nel metabolismo del calcio, con una malattia di carattere neoplastico nel corso della quale sono comparse manifestazioni metastatiche a carico delle ossa.

In alcuni casi una frattura patologica è la prima spia della presenza di un tumore maligno prima asintomatico; questo capita soprattutto nelle lesioni delle ossa più comunemente sede di metastasi (vertebre, ossa del bacino, etc.), ma può anche essere il primo sintomo di un tumore primitivo, come l’osteosarcoma, che colpisce spesso il femore.

Categorie delle fratture

In relazione alla causa, le fratture si dividono in tre categorie:

le fratture causate da trauma diretto, che si associano alla contusione dei tessuti molli vicini, con il rischio di apertura della sede della frattura;

le fratture causate da trauma indiretto, che provoca la torsione, lo stiramento o il cedimento dell’osso;

le fratture patologiche, che si verificano su ossa rese fragili da una lesione preesistente, di origine infettiva o tumorale.

Inoltre, occorre distinguere le fratture aperte, nelle quali i frammenti ossei hanno attraversato la pelle e la sede della frattura resta esposta (con rischio di infezione) da quelle chiuse, in cui la sede della frattura non comunica con l’esterno.

La sintomatologia delle fratture è del tutto caratteristica solo per le fratture complete. Una frattura incompleta può essere diagnosticata solo presuntivamente, anche se con ragionevole certezza, ad un semplice esame clinico; necessita sempre di verifica radiologica.

In base alla gravità della frattura possono verificarsi:

Dolore

Il dolore causato dalle fratture è molto intenso; ed ha carattere diverso da caso a caso; il più delle volte è descritto come una dolenzia sorda sulla quale si sovrappongono fitte acutissime, simili a stilettate o bruciature, al minimo movimento attivo o passivo del segmento osseo interessato. Anche la palpazione, per quanto leggera e delicata, suscita vivo dolore. Le sensazioni dolorose derivano soprattutto dall’interessamento traumatico del periostio, che ha una sensibilità dolorifica spiccatissima.

Impotenza funzionale

Caratteristica della frattura è anche l’impotenza funzionale del segmento corporeo colpito. Una gamba fratturata non è in grado di reggere il minimo peso; un avambraccio fratturato è del tutto inerte, e viene sostenuto dalla mano controlaterale in atteggiamento antalgico.

Deformazione

L’aspetto di un segmento corporeo contenente un osso fratturato può essere completamente deformato, soprattutto se si tratta di una frattura composta con spostamento dei monconi. Possono verificarsi angolature anormali e soprattutto si determina rapidamente un importante rigonfiamento, dovuto in parte all’edema dei tessuti lesi ed in parte all’ematoma che raramente manca in un focolaio di frattura. Tale ematoma è alimentato dal sangue proveniente dal vasi periostei e sottoperiostei che si ledono inevitabilmente durante la frattura; in casi più sfortunati possono anche essere lese arterie importanti come la radiale e la femorale, se si verifica la frattura di un osso con il quale tali vasi contraggono stretti rapporti di vicinanza. Nelle fratture complete è possibile mettere in evidenza due segni del tutto caratteristici, che da soli sono sufficienti a far porre diagnosi di certezza di frattura: la mobilità preternaturale e lo scroscio.

Mobilità preternaturale

Consiste in una anormale mobilità dei due monconi ossei che si determinano per la frattura;

Scroscio

Consiste in un caratteristico rumore determinato dallo sfregamento reciproco dei segmenti ossei fratturati. Non occorre sottolineare che questi segni non vanno ricercati attivamente, ma possono essere osservati se il paziente, durante un movimento anche lieve, ne provoca la comparsa.

Sintomi generali

Una frattura di una certa importanza determina spesso la comparsa di sintomi generali che possono anche assumere una gravità tale da dominare la scena clinica. Il paziente può essere vittima di uno shock traumatico con diminuzione della pressione ed iniziale insufficiente perfusione degli organi. Tale evento è collegato da una parte alle reazioni vasali che conseguono all’intenso dolore provocato dalla frattura, e dall’altra in molti casi dipende da una vera e propria insufficienza di volume circolante causata a sua volta dalla formazione di voluminosi ematomi attorno ai focolai di frattura. Questo è vero soprattutto in caso di frattura di ossa lunghe di grandi dimensioni; tipicamente l’ematoma che accompagna una frattura di femore può raggiungere e superare i 2 litri di volume, sottraendo un pari volume al circolo.

Nelle ore successive alla frattura può comparire febbre, attribuibile al trauma stesso ed al riassorbimento di proteine ematiche nel focolaio di frattura. Una complicanza non frequente ma pericolosa delle fratture di ossa contenenti midollo è la comparsa di una embolia adiposa da penetrazione nel circolo venoso (attraverso una ferita in una vena, che rimane beante) di frammenti di midollo osseo, a forte componente adiposa. Gli emboli che penetrano in tal modo nel circolo venoso vanno a bloccarsi in un secondo tempo nella rete vascolare polmonare dando luogo ad una sintomatologia sovrapponibile a quella delle embolie polmonari comuni.

Sintomi delle fratture

Un osso può rompersi in molti modi diversi a seconda delle caratteristiche dell’osso in questione e del trauma che determina la frattura. Se si formano più di due spezzoni ossei distaccati la frattura è detta multipla; se i frammenti di osso sono piccoli (schegge) si parla di fratture comminuta. I monconi ossei possono rimanere ben allineati fra di loro, mantenendo con buona approssimazione le caratteristiche morfologiche dell’osso sano (frattura scomposta); oppure possono perdere i reciproci rapporti spostandosi anche notevolmente, con possibile interposizione di tessuti muscolari, tendinei, etc. (frattura scomposta).

Questo secondo caso è ovviamente più sfavorevole dal punto di vista prognostico. A seconda del decorso della rima di frattura (la linea che, all’esame radiografico, delimita i monconi dell’osso spezzato) la frattura può essere trasversale (quando, in un osso lungo, la rima decorre in direzione approssimativamente perpendicolare all’asse maggiore dell’osso) oppure longitudinale. Se la rima di frattura segue un decorso curvo lungo la superficie esterna dell’osso si parla di frattura spiraliforme. Un tipo particolare di frattura, che si verifica soprattutto in ossa giovani, non ancora definitivamente mineralizzate, è la frattura sottoperiostea o “”a legno verde”", così detta perché ricorda il modo di spezzarsi di un bastone di legno non secco: si tratta di una frattura incompleta, nella quale la continuità del periostio non viene ad essere interrotta, e l’osso appare come “”piegato”" senza una vera e propria separazione di due monconi.

Se i tegumenti che ricoprono l’osso fratturato rimangono intatti la frattura è chiusa; se, al contrario, il focolaio di frattura si apre (a causa di un fattore esterno o della stessa presenza dei monconi ossei che possono avere margini taglienti ed essere appuntiti) si parla di frattura esposta. Le ossa del cranio possono essere lese secondo una modalità particolare, denominata “”frattura a scoppio”"; in questo caso l’applicazione di una forza molto intensa in un solo punto della volta cranica determina la rottura di molte delle ossa che la compongono. Un osso, piatto può poi presentare una frattura “”a stampo”" quando venga rotto dall’applicazione violenta di un oggetto dalla superficie limitata; in questo caso la forma della frattura rispecchia con sufficiente esattezza quella del corpo contundente, e può aiutare il medico legale a risalire all’arma utilizzata in un delitto.

Terapia e cura delle fratture

Il ripristino morfologico e strutturale della integrità del segmento osseo implicato in una frattura avviene tramite la formazione di un particolare tipo di tessuto di riparazione detto “”callo osseo”". Si tratta di una forma di tessuto cicatriziale capace di ossificare che ripristina completamente, se il processo di riparazione va a buon fine, l’integrità e la robustezza dell’osso in questione.

La prima fase della formazione del callo osseo è la organizzazione dell’ematoma presente costantemente attorno al focolaio di frattura. Già nelle prime ore che seguono il trauma il sangue dell’ematoma si va popolando di elementi cellulari quali i fibroblasti; rapidamente vengono anche a formarsi capillari nuovi e l’ematoma si trasforma in una sorta di tessuto di granulazione, che avvolge i monconi in una struttura di natura connettivale che ricorda molto il connettivo giovane, embrionale. A tale fase di “”callo fibroso”" segue la formazione, all’interno del tessuto connettivo, di un sistema di trabecole osteoidi che si popolano di osteoblasti derivanti dallo strato sottoperiosteo dei monconi ossei. Il tessuto osteoide che in tal modo si forma tende ad organizzarsi morfologicamente in modo da ricostruire quanto possibile la forma dell’osso sano.

In questa fase si parla di “”callo osseo provvisorio”". Iniziano poi e proseguono a lungo i fenomeni di calcificazione e deposizione di sali minerali, al termine dei quali si parla di callo osseo definitivo e la frattura si considera guarita. La formazione del callo osseo ed il suo irrobustimento sono in gran parte dipendenti dalla immobilità dei monconi ossei l’uno rispetto all’altro e dalla mancanza di tessuti estranei interposti (lembi muscolari o tendinei, etc.). Inoltre, soprattutto durante la fase di maturazione e calcificazione (durante la quale la primitiva struttura trabecolare del callo ossee viene profondamente modificata, per renderla adeguata ai carichi che dovrà sostenere) è importante che il callo osseo sia sottoposto ad un carico leggero ma significativo.

E’ per questo che si tende, ad esempio, a far camminare precocemente, caricando progressivamente di più sulla gamba lesa, chi ha subito una frattura alle ossa della gamba e non a imporre il riposo assoluto.

Fratture scomposte

Se la frattura è scomposta la prima operazione da compiere è la riduzione. Si tratta di mettere in atto una serie di manovre tali da riportare i monconi nei corretti rapporti reciproci, ricostruendo la morfologia naturale dell’osso fratturato. La riduzione (che va effettuata solo dopo controllo radiografico della posizione reciproca dei monconi) si può fare immediatamente dopo il trauma in anestesia locale; altrimenti, se eseguita più tardivamente, richiederà con ogni probabilità l’anestesia generale per vincere lo stato di contrattura dei muscoli che attorniano il focolaio di frattura. Può capitare di dover ricorrere alla trazione lenta e progressiva del moncone a valle per poter ottenere una riduzione soddisfacente.

La trazione di solito si attua tramite l’infissione transossea di un filo metallico, al quale viene applicato un peso proporzionale alla forza con la quale si vuole effettuare la trazione. La trazione può durare anche diversi giorni. In casi più complessi la riduzione può, anche essere cruenta, da eseguirsi aprendo chirurgicamente il focolaio di frattura nel corso di un vero e proprio intervento. Durante l’intervento si possono anche applicare mezzi di sintesi meccanici metallici (viti, chiodi, placche, etc) che faciliteranno la guarigione delle fratture poco tendenti alla guarigione spontanea. In ogni caso, ottenuta la riduzione è necessario applicare un apparecchio gessato per consentire ai monconi di rimanere immobili per un periodo di tempo variabile; questo è sufficiente a determinare la formazione del callo osseo (perlomeno di quello primitivo). Gli apparecchi gessati si costruiscono utilizzando una particolare garza imbevuta di gesso, che viene avvolta come per una fasciatura attorno al segmento che interessa immobilizzare.

La riduzione è indicata sia nella frattura con spostamento di uno o più frammenti ossei, sia nella lussazione articolare.

Metodi della riduzione delle fratture

Si distinguono due metodi.

Tecnica ortopedica

Consiste nel riportare in sede mediante manipolazione esterna i frammenti ossei fratturati o l’articolazione lussata. A seconda dei casi, si pratica senza anestesia (lussazione), oppure in anestesia locoregionale o generale (frattura). Una volta ottenuta la riduzione, si immobilizza l’arto (bendaggio, ingessatura, applicazione di un fissatore esterno) sino al consolidamento.

Tecnica chirurgica (a cielo aperto)

È impiegata quando la precedente non è praticabile, più spesso in caso di frattura che di lussazione. Consiste nell’incidere i tessuti, in anestesia generale, sino a raggiungere la frattura, e nel riportare in sede i frammenti ossei, per poi fissarli mediante osteosintesi (con l’ausilio di placche, viti, chiodi o qualunque altro dispositivo meccanico).

Una frattura sottoposta a riduzione chirurgica deve essere tenuta sotto controllo come qualunque altra ferita operatoria, per e vitare il rischio di infezione. Per tutti i casi, si impongono accertamenti radiografici regolari: uno in sala operatoria, subito dopo la riduzione (in modo da correggerla, se necessario), un secondo verso la metà del periodo di consolidamento e l’ultimo al termine del processo, per verificare, prima di togliere il gesso, i chiodi o qualunque altro mezzo di contenzione, che la frattura si sia consolidata correttamente. In caso di lussazione, i controlli radiografici sono meno rigorosi; si eseguono solo due radiografie, una dopo la riduzione e l’altra alla fine del periodo di cicatrizzazione tissutale.

Nel caso specifico di fratture la cura consiste in un primo tempo nella cosiddetta riduzione della frattura, ovvero nel riportare i frammenti ossei a reciproco contatto (quando essi siano spostati) e nel ristabilire la direzione normale dell’asse dell’arto. La seconda fase della cura consiste nel mantenere la riduzione (ingessatura) per il tempo necessario al consolidamento dell’osso.· Riduzione incruenta. La riduzione può essere eseguita in modo rapido, poco dopo la frattura, effettuando una trazione più o meno energica, in modo da riportare i frammenti a contatto. In altri casi, si effettua la riduzione in modo lento e graduale mediante una trazione con pesi o altri metodi. In questi casi non è necessario ricorrere all’anestesia poiché la riduzione si compie senza provocare nessun dolore al paziente.· Riduzione cruenta.

Con il termine riduzione cruenta si intende definire l’intervento chirurgico mediante il quale si “”rimettono a posto”" le parti delle ossa fratturate per mezzo di placche (sintesi dell’osso o anche osteosintesi), di fili metallici o di altro materiale oppure effettuando innesti di pezzi di osso allo scopo di fissare i monconi della frattura. In questo caso si parla di infibulazione. Una volta ottenuta la riduzione della frattura si passa alla seconda fase della cura, ovvero all’applicazione di mezzi idonei a mantenere la riduzione (es. Bendaggio gessato).

Placca

In ortopedia, elemento metallico impiegato per immobilizzare un osso fratturato, in seguito a riduzione, per il tempo necessario al suo consolidamento.

Le placche, realizzate in una lega inossidabile (acciaio, nichel, molibdeno) per limitare eventuali corrosioni, sono provviste di diversi fori che consentono l’avvitamento alla struttura ossea. A seconda dell’impiego previsto, le dimensioni, lo spessore e la forma sono variabili; alcune sono concepite per adattarsi a una particolare struttura anatomica (come la placca per l’estremità superiore della tibia). Le reazioni allergiche sono oggi eccezionali e non particolarmente gravi.

Irriducibilità

Impossibilità di ottenere la riduzione di una frattura (ossia di riavvicinare e allineare perfettamente due estremità ossee fratturate) mediante manipolazione oppure di riportare alla normalità il rapporto tra i capi articolari in caso di lussazione.

Cause dell’irriducibilità

L’irriducibilità può essere dovuta sia all’interposizione di tessuto muscolare tra i frammenti ossei, sia a uno spostamento ecce ssivo di questi ultimi. Il medico deve quindi effettuare una riduzione chirurgica “a cielo aperto” mettendo a nudo la zona da trattare; questa tecnica però può rivelarsi impraticabile quando la perdita di sostanza ossea è troppo importante o quando i frammenti ossei sono in numero troppo elevato. In tal caso si procede all’inserimento di una protesi o a un trapianto.

Consolidamento

Il consolidamento è il processo fisiologico che termina con la saldatura dei due frammenti dell’osso fratturato. In un primo tempo, parti di tessuto connettivo entrano nella cavità midollare, formando un callo provvisorio; si ha quindi a mineralizzazione del callo e infine l’osso si ricostituisce poco a poco. Numerosi fattori intervengono durante il processo di consolidamento di una frattura: l’alimentazione (apporto di calcio e proteine), i tassi di paratormone e di vitamina D, lo stato generale, l’età (il consolidamento avviene più rapidamente in un soggetto giovane), il tipo di frattura (le fratture aperte impiegano più tempo a consolidarsi), il trattamento (rieducazione immediata, ristabilimento del contatto tra le estremità ossee, immobilizzazione rigorosa).

Al termine del normale tempo di consolidamento, si valuta la solidità dell’osso fratturato, tenuto conto dell’aspetto radiografico del callo osseo; l’assenza di dolore, la mobilità della sede della frattura e, per gli arti inferiori, un appoggio a terra praticamente indolore confermano la diagnosi. A questo punto può iniziare la rieducazione dell’arto (quasi mai necessaria nel bambino): r ipresa dei movimenti, tonificazione della muscolatura, uso di un sostegno per poter ricominciare ad appoggiarsi completamente sul l’arto.
In questa fase si raccomanda grande prudenza poiché, anche se la consolidazione clinica è stata raggiunta, l’osso potrebbe non aver recuperato la solidità originaria. In particolare occorre lasciar trascorrere un po’ di tempo prima di riprendere le attività sportive (si consiglia di aspettare 2-6 mesi dopo la rimozione del gesso).

Scheggia ossea

Piccolo frammento osseo proveniente da una frattura, per lo più complessa. La scheggia ossea è indipendente dalle parti fratturate, ma talvolta rimane attaccata ai muscoli vicini. Può essere responsabile di complicanze: quando è acuminata, può perforare un vaso sanguigno importante o lacerare la cute; inoltre, rischia di rappresentare un ostacolo alla riduzione delle due estremità fratturate nella posizione anatomica normale; infine, può andare incontro a necrosi. In alcuni casi occorre quindi asportarla chirurgicamente.

Callo osseo

Sostanza ossea, che deriva dal tessuto connettivo e per mette il consolidamento di un osso fratturato.

La sua formazione avviene in due fasi. In un primo tempo si forma un callo provvisorio, detto callo connettivale, che si consolida in qualche settimana, dando vita all’osso immaturo. Questo viene poi progressivamente sostituito (nel giro di qualche mese) da un nuovo osso calcificato, identico a quello fratturato. La corretta immobilizzazione di una frattura, con l’inserimento di una piastra o di chiodi, permette al callo di svilupparsi normalmente in un lasso di tempo variabile a seconda dell’osso interessato. Se il consolidamento non rispetta l’anatomia dell’osso, si parla di callo vizioso. Quando il callo osseo tarda a formarsi o mostra uno sviluppo anomalo, insorge una pseudoartrosi (formazione di una nuova articolazione anomala, dovuta all’assenza totale e definitiva di consolidamento osseo).

Si tratta di una zona di tessuto che ha le caratteristiche della sostanza osteoide giovane, e che ha la capacità di riformare la parte di osso che si interpone fra i due monconi, saldandoli perfettamente.
Il tempo di riparazione della frattura dipende da un gran numero di fattori (età del soggetto, tipo di osso, tipo di frattura, etc.).

Come si forma il callo osseo

Anche le ossa sono costituite da un tessuto vivo che riceve una certa quota di sangue: la frattura di un osso è quindi seguita da un’emorragia: il sangue fuoriuscito dai vasi interrotti circonda i frammenti ossei. Già dopo un giorno, la zona circostante si infiamma, i suoi vasi sanguigni si dilatano e trasportano nella zona lesionata cellule connettivali che iniziano a moltiplicarsi, i globuli bianchi che distruggono le cellule morte. Pochi giorni dopo, la continua moltiplicazione delle cellule connettivali capaci di produrre fibre collagene, porta alla formazione del cosiddetto callo fibroso, un reticolato di sottili fibre; è su di questo che, nei giorni successivi, vengono deposte le prime trabecole di sostanza osteoide, cioè di tessuto osseo immaturo. Non appena deposti i primi frammenti di sostanza osteoide, ha inizio la sua calcificazione che porta alla formazione del callo osseo primitivo. Questo processo è completo dopo tre settimane.

L’ultima fase del processo di formazione del callo è la più lunga e si protrae per alcuni mesi: il callo osseo primitivo viene elaborato in modo complesso, e dalla sua struttura uniforme si passa alla struttura a lamelle dell’osso maturo, che offre una maggior resistenza ai traumi: la rielaborazione viene compiuta da due gruppi di cellule, gli osteoclasti che scindono il tessuto osseo e gli osteoblasti che lo ridepongono nuovamente nella forma voluta.

Alcuni tipi di fratture comuni

Fratture del metatarso

Le ossa del metatarso, per la loro posizione esposta, sono frequentemente soggette a fratture. Particolarmente comune è la loro lesione traumatica provocata da un oggetto pesante caduto sul dorso del piede. In persone predisposte si può poi verificare la frattura del metatarso durante una marcia faticosa. In passato queste fratture erano dette fratture delle reclute, proprio perché tipiche dei militari da poco arruolati, magari poco abituati agli sforzi fisici, e costretti a marciare a lungo con uno zaino sulle spalle, che, aumentando il carico complessivo sul piede, favoriva le fratture metatarsali.

I sintomi della frattura sono evidentemente costituiti da un forte dolore al dorso del piede, e nell’impossibilità di muovere le dita dipendenti dai metatarsali fratturati; in alcuni casi, se la frattura è scomposta, il dorso del piede appare evidentemente deformato. In base alla posizione della linea di frattura, è possibile distinguere fratture della base, della diafisi (cioè del corpo dell’osso) e della testa; questa distinzione è importante, perché tre tipi di frattura richiedono un tipo di trattamento leggermente diverso, ed è basata sull’aspetto del piede fratturato, e soprattutto sull’esame radiologico, che mostra senza possibilità di errore la localizzazione della frattura.

Frattura dentaria

Lesione che può rovinare lo smalto e la dentina e, a volte, anche la polpa di un dente. Di origine traumatica, a volte favorite dalla presenza di carie, le fratture dentarie possono essere orizzontali, verticali o oblique.

Al contrario di quanto accade per quella ossea, la frattura dentaria non si consolida, in quanto né lo smalto né la dentina sono vascolarizzati.

Le fratture orizzontali o oblique sono molto frequenti in età scolare, soprattutto negli incisivi. La frattura può essere superficiale e ledere solo lo smalto, o arrivare sino alla dentina, provocando sens ibilità al freddo e agli alimenti dolci. Il dente viene allora ricostruito incollandolo. Se la frattura è profonda e coinvolge la polpa, il dente viene devitalizzato. Tuttavia, in un bambino di meno di 12 anni, è importante mantenere la vitalità del dente sino alla formazione completa della sua radice.

Le fratture verticali richiedono l’estrazione del dente.

Frattura da sforzo

Frattura che sopravviene su un osso sano, che non ha subito alcun trauma.

Una frattura da sforzo si verifica in caso di sovraffaticamento e, soprattutto, di fragilità ossea, come nel caso del soggetto anziano.
Nella medicina dello sport, questa frattura colpisce con maggior frequenza gli arti inferiori e si verifica spesso dopo un’in tensa o non abituale attività sportiva (marcia prolungata) o a causa di scarpe inadeguate. Oggigiorno, dal momento che la popolazione invecchiando resta comunque molto attiva, si è assistito a un aumento dei casi di fratture da sforzo in varie ossa: bacino, sacro, femore, tibia ecc.

Le fratture da sforzo si manifestano con dolore, a volte tale da provocare una zoppia che rende difficoltosa o addirittura impedisce la deambulazione. In genere il loro trattamento corrisponde semplicemente a un periodo di riposo. A volte è consigliabile portare uno stivaletto gessato. Nella medicina dello sport la migliore prevenzione rimane un allenamento progressivo e la scelta di buoni materiali (scarpe ammortizzanti).

Frattura della mascella

Rottura traumatica dell’osso mascellare. La frattura della mascella è dovuta in genere a un trauma violento e diretto (incidente con l’auto o con veicoli a due ruote), e può interessare anche gli zigomi, le ossa del naso, i denti, il pavimento dell’orbita ecc. A causa dell’importante vascolarizzazione di questa regione, la frattura determina quasi sempre voluminosi ematomi. La diagnosi si basa su esami radiologici, completati da tomografia e TC.

Il trattamento dipende dal tipo e dalla localizzazione delle lesioni.
In caso di dislocazione di frammenti ossei, questi devono essere riposizionati chirurgicamente, in anestesia generale. Poiché la mascella è un osso immobile, dopo l’intervento non è necessaria alcuna immobilizzazione.

Le fratture della mascella possono comportare complicanze precoci di particolare gravità: danno nervoso o oculare, lesioni cerebrali. In un secondo tempo possono talvolta insorgere complicanze infettive e alterazioni del consolidamento osseo, pertanto le condizioni del paziente non devono mai essere trascurate: in caso di vomito, di disturbi della vista, di vertigini o di emicrania occorre consultare urgentemente il medico.

Frattura delle costole

Per la loro posizione relativamente superficiale e la loro struttura allungata, le costole sono sosoggette con una certa frequenza a fratture, per traumi anche non molto intensi. A volte basta la pressione esercitata da una folla accalcata per produrre delle fratture costali. I sintomi della frattura sono molto evidenti: l’infortunato avverte un dolore intenso al torace, che si esacerba con movimenti respiratori, con la pressione sul punto interessato e con gli spostamenti del tronco. A volte gli spunzoni delle costole rotte possono lacerare la pleura, provocando complicazioni anche gravi, come versamento di sangue o passaggio di aria nel cavo pleurico. Queste fratture complicate richiedono l’immediato ricovero in ospedale per le cure del caso, mentre le fratture non complicate, anche se sono composte, guariscono senza cure particolari in 20-30 giorni: oltre al resto, non sarebbe possibile immobilizzare la gabbia toracica con un’ingessatura senza rendere difficoltosa la respirazione. Per lenire il dolore può essere utile fasciare strettamente il torace: la fasciatura non impedisce i movimenti respiratori, e deve essere eseguita in massima espirazione.

Frattura della mandibola

Rottura traumatica della mandibola. La frattura della mandibola è in genere dovuta a un trauma violento e diretto, il cui punto di impatto è solitamente localizzato nella parte superiore del mento. Il soggetto prova dolore quando parla e deglutisce; il mento appare spostato dal lato della frattura e la bocca rimane chiusa o semiaperta. La diagnosi si basa sull’esame radiografico, effettuato da diverse angolazioni, sulle tomografie (sezioni radiografiche) e sulla TC.

La riduzione della frattura è generalmente ortopedica. In caso di dislocazione, però, le estremità ossee fratturate devono essere riposizionate chirurgicamente, intervento che viene eseguito in anestesia generale. La mandibola viene immobilizzata per circa 6 settimane mediante una fasciatura o fissandola alla mascella attraverso fili metallici; in questo caso, durante il periodo di immobilizzazione il malato deve alimentarsi con una dieta a base di cibi liquidi.